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“Castagnematte. Castagne-matte. Castagne, matte”

A volte gli succedeva, ad Ettore Maria, di ripetere in continuazione la stessa parola, sul momento particolarmente buffa anche se normalissima, e continuare così per tutto il giorno.

Era quel periodo dell’anno in cui gli ippocastani facevano cadere i loro ricci, obbligandolo a fare slalom con la bicicletta, mentre viaggiava spedito per le strade della città.

“Castagnematte. Mattecastagne... Si muova, signora, la sto facendo passare! Castagnematte… Occhio al dinosauro!”

Per farsi spazio tra le persone aveva preso l’abitudine di tirar fuori delle frasi allarmanti e dal senso quantomeno discutibile. Il campanello della bici funzionava benissimo, eppure in qualche modo sentiva l’impulso irrefrenabile di rendere divertente anche il semplice tornare a casa dal mercato.

Soddisfatto dalla sua recente spesa, Ettore lasciava penzolare dal manubrio destro la borsa bianca piena di Topinambur che puntualmente urtava la ruota anteriore della sua bici. Mentre immaginava già la squisita cenetta a base di riso e dell’amato tubero si trovò a dover scansare una vecchietta dai movimenti troppo lenti. “Dinosauro, signora!” nel vero senso della parola.

L’ora si stava facendo tarda e la fame cominciava ad aumentare così pensò che era giunto il momento di dirigersi verso casa.

Uscito dalla folla si trovò a dover decidere che strada prendere.

Credo prenderò la solita strada

Credo proverò la nuova scorciatoia

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